Apericena, sì o no? L'Accademia della Crusca fa chiarezza

L’Accademia della Crusca ha fatto chiarezza su origini, significato e genere dell’apericena: l'autorevole parere dell'istituto fiorentino

Apericena

Non troppo tempo fa Vittorio Sgarbi propose via Twitter, sotto l’hashtag #Rinascimento, l’abolizione di parole come “location”, “sinergia” e “taggare”, ormai entrate nell’uso comune della lingua italiana.

Tra le parole che più di qualcuno intende abolire c’è anche il termine “apericena“. Ma è lecito usare questo vocabolo? E come? L’Accademia della Crusca è intervenuta in merito, fornendo il suo autorevole parere sulla parola, definita “tic lessicale”, “parola mefitica”, “termine orrendo”, nonché “una delle parole più detestate”.

Apericena: origini e significato

Secondo il Grande Dizionario della Lingua Italiana, la parola apericena circola in Italia dal 2002, e pare sia nata a Torino sulla scorta della tradizione contadina della “merenda sinoira”, una merenda abbondante che veniva consumata nel tardo pomeriggio e che poteva sostituire la cena.

Torino è la città in cui nacque (alla fine del Settecento) l’aperitivo, per cui non stupisce che gli indizi sull’origine della parola apericena conducano nei pressi della città della Mole Antonelliana.

C’è anche chi sostiene che l’apericena sia un’invenzione tutta milanese, ma in ogni caso le origini della parola vanno ricercate nel nord del Paese.

Quanto all’uso del termine, l’Accademia della Crusca non lascia scampo ai detrattori dell’apericena: “al di là dei giudizi” scrive Barbara Patella sul sito della Crusca “il linguista deve comunque studiarla, chiarendo formazione, grafia e significato”.

Ed ecco servita la redenzione dell’apericena, che viene definita una “parola macedonia”, di quelle che si formano nell’uso comune tramite l’unione di due o più termini: meccatronica, discopub, metalmeccanica e cartolibreria sono soltanto alcune delle “parole macedonia” che rendono viva la lingua italiana. E poi c’è apericena, che il professor Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, definisce “una bella parola”.

Quanto alla definizione, il giudizio della Crusca non si discosta dal significato attribuito alla parola dai vocabolari e dall’uso comune che ne fanno gli italiani (e non solo).

L’aperitivo servito “con una ricca serie di stuzzichini e accompagnato da assaggi di piatti differenti, salati e dolci, che può essere consumato al posto della cena”, come da definizione del Vocabolario Treccani, è infatti arrivato all’estero come una delle tante specialità italiane.

All’apericena dedicò un articolo anche il ‘Guardian‘, nel 2015, indicando l’abitudine come una usanza abbracciata recentemente soprattutto dai giovani, “che forse non hanno le risorse per una cena al ristorante o il tempo di rincasare e mangiare prima di andare per locali”.

Apericena: più aperitivo o più cena?

Apericena sì, dunque. Ma è una parola maschile o femminile? L’Accademia della Crusca fa un’analisi approfondita dell’uso corrente del termine per individuarne il genere.

Dal punto di vista dei vocabolari, infatti, non c’è una maniera univoca di intendere la parola: per Treccani e Zingarelli è sia maschile che femminile, mentre gli altri dizionari sono più propensi a indicare apericena come un sostantivo maschile.

L’indagine della Crusca prende quindi in considerazione l’uso forse più corrente che facciamo oggi delle parole: le ricerche su Google. Ebbene, con l’unica eccezione della Toscana, in cui l’apericena è essenzialmente femminile, prevale in senso assoluto l’uso maschile della parola.

L’incertezza del genere, secondo la Crusca, “nasce dalle caratteristiche non propriamente definite che stanno alla base del concetto di apericena: la componente preponderante è costituita dall’aperitivo o dalla cena, dal bere o dal mangiare?”, si chiede nella lunga analisi del termine.

I linguisti sembrano concordare con la declinazione maschile dell’apericena. Tale uso, infatti, indica una preponderanza per la metà dell’“aperitivo” rispetto a quella della “cena”.

Secondo il professor Francesco Sabatini, per esempio, è preferibile il maschile “perché se fosse una cena ridotta sarebbe un qualcosa di sgradevole; è un aperitivo arricchito, quindi è preferibile il maschile”.

Insomma, apericena sì e al maschile. Vietato ogni riferimento all’antilingua di Calvino, apericena è un termine del tutto lecito, anche se a qualcuno può dar fastidio, specie se usato senza misura.

Come ricorda il linguista Giuseppe Antonelli “a dar fastidio oggi non è tanto l’apericena in sé, quanto tutta la famiglia di parole che è nata dalla costola dell’apericena […] aperisushi, aperisfizio,aperimerenda, aperifritto…fino agli aperimiao per i gatti e agli aperibau per i cani”.