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A Treviso c'è un calzolaio che non serve chi sta al cellulare

“Non servo persone al cellulare”: nel negozio di un calzolaio di Treviso spunta il cartello contro la maleducazione di alcuni clienti

A Treviso c'è un calzolaio che non serve chi sta al cellulare

Uno storico calzolaio di Treviso ha deciso di non servire più i clienti che pretendono di interagire con lui mentre sono al cellulare. Davanti al bancone del suo negozio oggi spicca un cartello che lascia poco spazio alle interpretazioni: “Non servo persone al cellulare”.

Una scelta motivata dalla stanchezza di subire quotidianamente una forma di maleducazione insopportabile, che purtroppo viene ormai considerata quasi normale.

Treviso, il calzolaio non serve chi sta al cellulare

“Non servo persone al cellulare”: è scritto in chiare lettere sul cartello comparso davanti al bancone di uno storico calzolaio di Treviso. C’è anche qualche cliente che se l’è presa, ma l’artigiano rivendica la scelta: “Non tollero più questo livello di maleducazione”, spiega al ‘Corriere’.

All’inizio, racconta, “lanciavo occhiate cattive ai clienti facendo ben capire che non avevo piacere ad avere clienti al telefono mentre magari prendevo misure o altro”. Poi, dopo l’interazione con una cliente particolarmente maleducata, ha deciso di prendere provvedimenti e lavorare d’anticipo. Adesso chi entra nel suo negozio chiacchierando al telefono e sperando di comunicare con lui a gesti o con un cenno del capo sa perfettamente che non avrà udienza finché è al cellulare.

Questa maleducazione, spiega al ‘Corriere’, è diffusa ben oltre le mura del suo negozio: “Vado dal tabacchino e vedo persone al cellulare che vogliono essere servite mentre magari parlano di sciocchezze al telefono”. Un comportamento incomprensibile secondo l’artigiano di Treviso, città in cui c’è anche un bar che tassa le bestemmie.

“Non servo persone al cellulare”: i motivi della decisione

Il calzolaio ha deciso di mettere un bel cartello esplicativo dopo l’interazione con una cliente particolarmente maleducata, una ragazza che voleva far stringere i cinturini di un paio di sandali.

Il calzolaio racconta al ‘Corriere’ il momento in cui la ragazza è tornata per ritirare il lavoro finito: “Arriva col cellulare in negozio, non mi saluta, mi fa cenni con la testa, annuisce, si siede e mentre io le parlo lei sta con l’amica al telefono dicendo una serie di cose di nessuna importanza”.

“A quel punto”, continua il racconto, “prendo i sandali, glieli metto in una borsa e le dico di andare”. E forse la soddisfazione di essersi sottratto a tale scortesia è stata sufficiente per prendere una decisione drastica, ma in grado di tutelare il professionista dalla insopportabile “maleducazione di chi crede di essere il padrone del mondo passando sopra il lavoro e i discorsi della gente”.

Cellulare e maleducazione: non solo phubbing

Quella di snobbare le persone che ci sono di fronte per stare al cellulare o controllare le notifiche sullo smartphone è un’abitudine talmente diffusa da essere ormai considerata normale. Un recente studio dell’Università della Georgia ha coniato un termine specifico per questo comportamento, che viene definito phubbing (o phone snubbing).

Ignorare i propri amici per lo smartphone, assistere a spettacoli e concerti con il braccio perennemente alzato per avere più foto e video possibili, pretendere di confrontarsi con una persona a gesti mentre si parla dei fatti propri al telefono: sono tutte espressioni della stessa forma di maleducazione, un atteggiamento sempre più diffuso che per qualche motivo mette lo smartphone davanti al rispetto per gli altri.

Non serve un galateo: la maleducazione da cellulare si supera applicando pochi e semplici principi di buon senso, a cominciare dal rispondere soltanto alle chiamate più urgenti quando il contesto lo richiede e scusandosi nel caso in cui si debba interrompere una conversazione per rispondere al telefono.

E poi parlare a bassa voce, evitare di mettere lo smartphone a tavola, abbassare il volume quando si scrollano i video su TikTok: piccoli accorgimenti che possono sembrare scontati, ma che evidentemente c’è tutto il bisogno di sottolineare – anche disegnando dei confini netti, come ha fatto il calzolaio di Treviso.