Cos'è il Betanodavirus che sta uccidendo i pesci nel Mar Tirreno
Alla scoperta del Betanodavirus, un virus che sta uccidendo diverse specie di pesci nel Mar Tirreno, cernie in primis: le cause e le zone più colpite
C’è un virus che sta uccidendo diversi pesci nel Mar Tirreno e più in particolare in Sicilia, dove a farne le spese sono soprattutto le cernie: si tratta del Betanodavirus che causa la malattia chiamata encefalo retinopatia virale.
Cos’è il Betanodavirus che uccide i pesci nel mare italiano
Il fenomeno della morte dei pesci provocata dal Betanodavirus non è nuovo, ma a sorprendere è l‘intensità con la quale si è manifestato per tutto l’anno, preoccupando non poco gli addetti al settore. La mortalità, infatti, non coinvolge solo per coste italiane, ma anche quelle del sud della Spagna e delle isole Baleari.
Come si legge sul sito ufficiale dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, il virus a RNA chiamato Betanodavirus è il responsabile della malattia conosciuta come encefalo retinopatia virale che non lascia scampo a diverse specie di pesci del Mar Mediterraneo.
L’agente virale è presente da molti anni nelle acque mediterranee dove numerose specie ittiche, sia allevate che selvatiche: alcune come le spigole e le cernie sono particolarmente suscettibili alla malattia che causa un’alta mortalità.
Il virus va a colpire in modo particolare i tessuti nervosi dei pesci – cervello, midollo spinale e retina – andando ad alterare la capacità di nuovo e di visioni: per tale motivo, i pesci colpiti presentano spesso lesioni cutanee come desquamazione ed escoriazioni, e lesioni oculari come cheratiti e panoftalmiti; capita sovente di ritrovare i pesci infatti galleggiare a pelo d’acqua, ormai incapaci di nuotare.
Le zone più colpite
La Sicilia è una delle zone più colpite dalla malattia dei pesci, al pari della Puglia: grazie alla collaborazione con Antonio Terlizzi, professore ordinario di zoologia presso il Dipartimento di scienze della vita dell’Università di Trieste e direttore del Dipartimento di ecologia marina integrata della Stazione Zoologica di Napoli, diversi soggetti di cernia pescati morti o morenti lungo le coste pugliesi sono stati analizzati dal Laboratorio di ittiovirologia dell’ISZVe che ha confermato la diagnosi della virosi, andando a escludere altre cause di mortalità.
Tra le altre in cui il virus si è manifestato con grande intensità nel corso dell’anno troviamo anche la Calabria, dove sono spuntati due esemplari di pesce scorpione, le coste meridionali della Spagna e anche le isole Baleari.
Scienziati ed esperti stanno studiando a fondo il fenomeno per provare a capire i motivi che hanno portato a una diffusione più intensa del virus: una delle possibili causa potrebbe essere il surriscaldamento delle acque marine.
La parola all’esperta
La dottoressa Anna Toffa, responsabile del Laboratorio di ittiovirologia dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Venezia (IZSVe) e del Laboratorio di referenza WOAH, ha parlato così della malattia, dall’alto della sua grande esperienza:
“I primi casi di mortalità di cernie selvatiche a causa dell’encefalo retinopatia virale in Italia risalgono agli anni Novanta – le parole della dottoressa riportate da ‘Izsvenezie.it’ – e negli anni seguenti le segnalazioni si sono susseguite in diversi paesi Europei e Nord Africani con sempre maggior frequenza. Ad aggravare il fenomeno contribuisce l’aumento delle temperature del mare. Il virus, infatti, si attiva e aumenta la sua patogenicità a temperature superiori i 25 gradi.
Non a caso le mortalità si osservano sempre a fine estate. E anche quest’anno le segnalazioni seguono un periodo particolarmente prolungato di caldo, che ha fatto registrare per giorni temperature dell’acqua oltre i 32 gradi. Il virus non è pericoloso per i mammiferi, uomo incluso, ma ha sicuramente un importante impatto sull’ambiente e sulla biodiversità, colpendo soggetti di tutte le taglie ed età di specie protette come la cernia bruna”.
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