Nomadelfia: la comunità ultra cattolica dove la proprietà privata è bandita

Immersa nel verde di Grosseto, Nomadelfia propone uno stile di vita alternativo dove la proprietà non esiste e ci si aiuta l'un l'altro

In anni in cui consumismo e frenesia sembrano imperare nel mondo, la comunità di Nomadelfia rappresenta una singolare oasi di pace molto particolare. Situata nel cuore della Toscana, a pochi chilometri da Grosseto, questo paesino raccoglie diverse centinaia di persone che hanno deciso di vivere secondo i dettami delle prime comunità cristiane seguendo come stile di vita i basilari passi del Vangelo.

Si lavora senza essere pagati, tutti i beni prodotti sono in comune e la proprietà privata ha ormai perso da anni il suo significato. Il denaro a Nomadelfia non serve, ognuno ottiene ciò di cui ha bisogno in base alle proprie esigenze, tutto si regge in piedi grazie a uno spirito di collaborazione granitico, un sentimento di solidarietà fortissimo su cui si basa la tenuta della comunità che ha deciso di isolarsi dallo stile di vita che a pochi chilometri di distanza continua a fluire frenetico e convulso.

Le famiglie che hanno deciso di vivere secondo le regole della comunità di Nomadelfia stringono dei rapporti molto stretti tant’è che il concetto classico di nucleo familiare tende a sfaldarsi. In questa comunità più famiglie possono stringere un rapporto di mutuo soccorso e di solidarietà molto forte, un legame davvero inossidabile che ha creato nel tempo una serie di gruppi familiari uniti, composto anche da 30 persone.

Fatta eccezione per le stanze dove poter passare la notte, gli altri ambienti sono tutti in condivisione. Il lavoro si concentra per lo più sull’agricoltura e sull’artigianato, frutta, verdura, allevamento di ovini si alternano alla produzione di oggetti di legno e ferro. Si produce quanto serve per mantenere in vita la comunità cercando il più possibile di rimanere autosufficienti.

La comunità di Nomadelfia nacque da un’idea di don Zeno Saltini che si impegnò, negli anni della seconda guerra mondiale, a dare una casa ai numerosi bambini che gli orrori della guerra rendeva orfani. Non quindi un orfanotrofio classico, bensì una sorta di famiglia allargata resa possibile anche grazie all’aiuto delle “mamme di vocazione”, donne che decisero di crescere quei bambini sfortunati e dar loro finalmente un po’ di serenità. Da allora quel senso di solidarietà è cresciuto mantenendo in vita una comunità che rappresenta un modello di virtù per molti credenti.

Molto significativo anche il luogo scelto per dar vita alla comunità basata sui concetti di fratellanza e solidarietà: il terreno su cui sorge la società dedita alla pace era un luogo di odio e sofferenza, in questo perimetro infatti era posizionato il campo di concentramento di Fossoli. Distrutto il filo spinato e le barriere, tolte le grate alle finestre, la nuova vita del luogo si è proposta di creare una collettività nuova, basata sui concetti di fratellanza come suggerisce il nome stesso del villaggio: Nomadelfia deriva infatti da “nomos” e “adelphia” che richiamano il concetto di luogo dove la fraternità è legge, un territorio che è modello di virtù per molti credenti che sperano in una società diversa, più buona e giusta.

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